Una Costituzione di Internet potrebbe aiutare le realtà aziendali italiane, proteggere gli utenti e permettere il passaggio all’Internet of things.

 

Vista la sempre maggior influenza di Internet e delle realtà digitali negli aspetti lavorativi e quotidiani delle nostre vite, comincia a farsi sempre più sentire la necessità di uno strumento per la lettura giuridica di queste nuove realtà e per la tutela dei diritti degli utenti che ne usufruiscono: questa è l’idea che sta alla base del lavoro dell’Iaic, l’Accademia Italiana del Codice di Internet, il cui Presidente, Alberto Gambino, vede il web come un nuovo campo giuridico che presenta lo stesso numero di potenzialità e rischi che ha presentato per l’ambito aziendale e privato.

 

Per questo motivo l’Accademia sta portando avanti, coadiuvata dal Ministero della Ricerca, un lavoro di regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione, in modo da implementare tutte le società e le realtà che punta all’innovazione digitale.

 

In un’intervista a Digitalic, Gambino ha sottolineato la necessità di un documento che regoli gli aspetti giuridici online, in modo da aiutare l’Italia ad attuare la riforma legislativa iniziata dall’Unione Europea e garantire lo stesso livello di equità espresso negli altri ambiti: in particolare, Gambino ritiene che il diritto all’accesso a Internet debba essere costituzionalmente sancito, in quanto garantirebbe ” una effettiva parità di condizioni e un pieno esercizio dei diritti di cittadinanza” e permetterebbe alle realtà italiane di “superare i gap infrastrutturali, tecnologici e culturali dei quali l’Italia soffre rispetto alla media dei Paesi europei”.

 

Inoltre, una Costituzione di Internet aiuterebbe le istituzioni a non trascurare il web come potenziale luogo di minacce allo sviluppo della persona umana, specialmente nei casi di utenti che si approcciano per la prima volta alla rete. In merito alla questione, il Presidente dell’Iaic ha espresso il bisogno di tutelare gli utenti e rispettarne i diritti, rendendoli coscienti del processo a cui i loro dati vengono sottoposti e dell’uso che ne verrà fatto, in un contesto di alfabetizzazione informatica; tutto ciò senza trascurare l’aspetto personale, evitando di trasformare il web in una realtà disumanizzata e delegata.

 

E proprio parlando di delegazione in ambito digitale, Gambino ha messo l’accento sugli apparecchi che stanno definendo il concetto di Internet of things e sull’idea che ce ne si fa, dal momento che non è l’oggetto in sé ad essere messo in discussione (ogni apparecchio digitalmente autonomo può essere utile), bensì la modalità con la quale ogni oggetto espone i dati dell’utente e il livello di attenzione che quest’ultimo è in grado di dimostrare: si palesa così il bisogno di un documento che permetta l’integrazione sicura di questa tipologia di apparecchi, esaltandone le possibilità e prevenendone i rischi.

 

Questi e altri aspetti verrebbero regolati dalla Costituzione di Internet promossa dall’Accademia con una metodologia che comprenderebbe sia la supervisione delle realtà eroganti servizi digitali, sia la formazione dei cittadini all’utilizzo consapevole di questi servizi, in un contesto legale in grado di stare al passo con le continue innovazioni che la rete comporta.